Sotto il manto della Dea, come ogni donna è mia sorella e mia figlia e mia madre, ogni uomo deve essere per me padre e amante e figlio...
Mi racconto
" Come si può descrivere la preparazione di una Sacerdotessa?
Ciò che non è ovvio è segreto. Coloro che hanno percorso la stessa strada lo sanno, e coloro che non l'hanno percorsa non lo sapranno mai."
The High Priestess is the card of knowledge, instinctual, supernatural, secret knowledge. She holds scrolls of arcane information that she might, or might not reveal to you. The moon crown on her head as well as the crescent by her foot indicates her willingness to illuminate what you otherwise might not see, reveal the secrets you need to know. The High Priestess is also associated with the moon however and can also indicate change or fluxuation, particularily when it comes to your moods.
Ami domani chi non amò mai: domani ami chi amò. Ecco la nuova primavera, la primavera dei canti; di primavera è nato il mondo, di primavera concordano gli amori, di primavera sposano gli uccelli e la foresta spiega la sua chioma dalle piogge fecondatrici.
Domani la congiungitrice degli amori tra le ombre degli alberi intreccia verdi capanne con ramoscelli di mirto. Domani detta Dione le sue leggi dall’altissimo trono.
Ami domani chi non amò mai. Domani ami chi amò.
Essa di floride gemme dipinge la purpurea stagione, essa i boccioli che gonfiano al soffio di Zefiro sospinge nelle loro corolle: essa della lucente rugiada che l’aura notturna depone, diffonde le umili stille.
Ecco splendono le lacrime tremanti tratte giù dal loro peso: la goccia che sta per cadere pende inerte nel suo piccolo globo.
Ecco le fiorenti porpore hanno già svelato il pudore. Quell’umore che gli astri stillano nelle notti serene domani tutte si sposino le vergini rose.
Fatta del sangue di Venere Ciprigna e di baci d’Amore e di gemme e di fiamme e della porpora del sole, domani il rossore, che si nascondeva sotto l’ignea veste, la rosa non si vergognerà di sciogliere dall’unico boccio.
Ami domani chi non amò mai: domani ami chi amò.
La voluttà feconda i campi; i campi sentono Venere.
Lo stesso Amore, figlio di Dione, si dice nato in campagna. Mentre la terra rifioriva, essa lo accolse al suo seno, essa lo educò coi delicati baci dei fiori.
Ami domani chi non amò mai: domani ami chi amò.
La stessa dea ordinò alle Ninfe di recarsi nel bosco di mirti; Cupido, suo figlio, accompagna le fanciulle; tuttavia non si può dire che Amore stia in riposo visto che porta con sé le frecce.
Andate, o Ninfe. Ecco che Amore ha deposto le frecce, è in riposo; gli è stato ingiunto di venire con voi disarmato, gli è stato ingiunto di venire nudo affinché non posa nuocere a nessuno con l’arco e con le frecce o con la fiaccola.
Tuttavia, o Ninfe, state attente perché Cupido è bello: egli è tutto in armi anche quando di esse è spoglio.
Ami domani chi non amò mai: domani ami chi amò.
Ecco già sotto alle finestre i tori stendono i loro fianchi, sicuro ognuno del nodo coniugale ond’è avvinto.
Sotto l’ombra coi mariti ecco i greggi belanti delle pecore: e pure gli uccelli canori non volle la dea che tacessero.
Già i garruli cigni riempiono gli stagni del loro rauco strido, all’ombra del pioppo echeggia il canto della fanciulla di Tereo, sì che tu credi che sensi d’amore ella esprime con la gola armoniosa anziché lamentare la sorella per il barbaro marito.
Lei canta e io taccio. Quando viene la mia primavera? Quando sarò come la rondine e finirò di tacere? Ho perduto tacendo il mio canto, e Febo non mi considera più. Il silenzio perdette così la tacita Amicle.
Divinità del male, invidiosa del benessere terreno e divino assicurato al mondo.
Strettamente imparentato con i colossali abitanti dello Jótunbeim, fratello di Bylistr e Helblindi, i suoi genitori erano Farbauti, colpi di pericolo, e Laufey, isola frondosa, sposo di Sigyn.
Loki è una divinità dalla “doppia personalità” in un certo senso schizofrenica, poiché aiuta e accompagna molto spesso il dio Thor nelle battaglie contro i giganti ma allo stesso tempo sarà lui a provocare il Ragnarök, la caduta degli Dei, traendo in inganno Hódhr, il dio cieco, che ucciderà il fratello Balder con una freccia di vischio.
Loki conosce e possiede il principio del male, ma a volte è costretto a difendere e preservare il principio del bene per mantenere l'equilibrio degli opposti fino al giorno stabilito della fine del mondo.
Menzognero, malvagio, abile nel doppio gioco, egli è la personificazione della sottile arte del raggiro, mago e maestro indiscusso del travestimento, può assumere diverse forme animali: una volta, ad esempio, trasformatosi in un'avvenente giumenta, partorì, dopo una peccaminosa relazione, Sieipnir, il destriero ottipede cavalcato da Odino.
Ma altre mostruosità verrano partorite da Loki: l'orchessa Angrbodha, una gigantessa che fu condannata ad essere bruciata viva dalle fiamme purificatrici del rogo, ma quando le fiamme si attenuarono, Loki si avvicinò ai resti carbonizzati e raccolse il cuore ancora pulsante della gigantessa e lo ingoiò, provocando uno strano effetto fecondante, e dopo poco tempo, il ventre di Loki diede alla luce l’enorme serpente Jormumgadr, il lupo Fenrir ed Hel, signora degli inferi.
Verrà incatenato, ad una roccia dagli altri dei arrabbiati per la morte di Balder, dove dalla bocca di un serpente cadranno delle goccie di veleno sul volto del dio, suo unico conforto gli verrà recato dalla moglie Sigyn, a cui sarà concesso di raccogliere ogni tanto in una coppa le gocce velenose.
La corda che lega il dio è stata fabbricata con le viscere del figlio Narfi, sbranato dal fratello Vali trasformato, con una crudeltà indicibile, quasi superiore a quella di Loki, in un famelico lupo.
Tralasciando il discorso sull'esistenza del bene e del male, invito quindi chi sentisse "affinità elettiva" con questo dio ad accettare o a desiderare di avere una doppia personalità, ad accettare o desiderare di essere menzognero/a e doppio giochista, ad accettare o desiderare di essere trasformista. L'aspetto relativo al fuoco e alla creatività, l'aspetto relativo al suo amore per la moglie Sigyn non sono gli unici da considerare.
Girando per la rete, si legge talvolta di persone "invaghite" di questa o quella divinità. Il più delle volte non si comprende che gli dei sono energie che bisogna conoscere profondamente per poterci avere a che fare senza danno alcuno: si viene attratti da una qualità particolare e ci si focalizza su quella, dimenticando che ce ne sono altre con cui ci si troverà fatalmente faccia a faccia. La dedicazione può avvenire - su diretta ispirazione della divinità - per scelta personale. Nel secondo caso, accertarsi che ci siano delle profonde affinità con l'energia prescelta. Da non dimenticare: una dedicazione é un patto con la divinità, é un impegno a servire e compiacere. Gli Dei possono darci molto, ma dobbiamo esser pronti a comportarci in armonia con la loro energia e a dare Loro ciò che chiedono. La dedicazione non può limitarsi a mere pratiche devozionali...
Tartaro: Termine che, nella mitologia classica, indica una località ultraterrena, generalmente rappresentata come una pianura squallida e buia cinta da invalicabili mura e porte di ferro con soglie di bronzo (Iliade, di Omero,8, 17-20), dove stanno i Titani sconfitti da Zeus. Nel T. venivano collocati anche alcuni grandi colpevoli del mito, quali le Danaidi, Sisifo, ecc. Su di esso poggerebbero le radici della terra, del mare e del cielo. Secondo il Graves (I Miti Greci, Ediz. Longanesi, 1983), "Quando le ombre scendono al Tartaro, il cui ingresso principale si trova in un bosco di pioppi bianchi, presso il fiume Oceano, ciascuna di esse è munita di una moneta, che i parenti le hanno posta sotto la lingua. Possono così pagare Caronte, il tristo nocchiero che guida la barca al di là dello Stige. Questo lugubre fiume delimita il Tartaro ad occidente, ed ha come tributari l'Acheronte, il Flegetonte, il Cocito, l'Averno ed il Lete. Le ombre che non hanno moneta devono attendere in eterno sulla riva, a meno che non riescano a fuggire ad Ermete, la loro guida e custode, introducendosi nel Tartaro da un ingresso secondario, come Tenaro, in Laconia, od Aorno, nella Tesprozia. Un cane con tre teste, chiamato Cerbero, monta la guardia sulla sponda opposta dello Stige, pronto a divorare i viventi che osassero introdursi laggiù, oppure le ombre che tentassero di fuggire"
DEE MADRI Il loro culto è attestato soprattutto dalle iscrizioni votive ritenute nelle regioni della Germania occupata dai romani, con una forte concentrazione nelle province renane, ma anche da altre iscrizioni scoperte in Inghilterra nei pressi del Vallo di Adriano. Sono tutte databili dal I al V secolo della nostra era. Sul corso inferiore del Reno un'epigrafe parla di Matronae, nell'Oltre Manica, di Matres: è difficile sapere quale sia la differenza suggerita da questa doppia denominazione. Le sculture raffigurano quasi sempre tre donne in piedi o sedute, e una di loro tiene un cesto di fiori. I nomi mutano con i luoghi. Le dee madri più presenti sono le Aufaniae, le Suleviae, le Vacallinehae, le Austriahenae e Nehalennia. Erano quindi le protettrici di Clan, popoli luoghi, come indica la seguente iscrizione: "Alle Madri sveve; alle mie patrie Madri frisoni." Si è così potuto mettere in relazione le Albiaheniae con la città di Elvenich, le Mahlinehae con Malines e le Nersihenae con il fiume Niers. L'interpretazione etimologica dei centodiciotto nomi attestati dagli ex voto, rivela che le dee madri avevano una funzione tutelare e dispensatrice di beni, e che alcune di loro sono indubbiamente divinità delle fonti o dei fiumi. Il loro culto pare sia sopravvissuto sino al Medioevo attraverso le Dise.
Claude Lecouteux Dizionario di mitologia germanica Argo Editrice, pagg.280, Euro 18,00